



|
DonnEuropa Migliora la vita di tutti
Conferenza nazionale delle Democratiche di sinistra
Chianciano Terme, 12-13-14 marzo 1999
Dichiarazione d'intenti di Barbara Pollastrini*
Siamo tante, libere, consapevoli. E - se
lo decidiamo in un grande patto corale e sull'onda delle
conferenze - si può aprire una nuova stagione per noi,
Democratiche di sinistra.
Se lo vorremo il manifesto di una sinistra moderna e
autentica, di valori e idee forza per il nuovo secolo,
sarà scritto e segnato da noi.
Nei giorni scorsi e in queste ore ho sentito e condiviso
tutta la tensione e la determinazione per un nuovo avvio,
ma insieme ho condiviso l'ansia di non sprecare questa
occasione, ricostruita comunitariamente con lo sforzo di
tante, e dare vita a una nuova stagione in cui essere
determinanti per il rinnovamento della politica, del suo
divenire riferimento morale, della sua capacità di fare
schierare, di sollecitare appartenenze.
Una nuova stagione non per impadronirci del potere così
come è. Qualche donna per le sue capacità può
arrivarci. Ma non cambierebbe per tutte e non
interesserebbe a tutte
Io penso che dobbiamo volere di più: modificare le
logiche del potere, per innovare politiche, valori e
agende, per imporre coerenze, per cambiare la politica.
Un potere condiviso, trasparente e regolato. Un potere
utile alla partecipazione a che allarghi l'autonomia e la
libertà di tutte e di ognuna.
Tra Utopia e Disincanto, un titolo bello quanto le
suggestioni delle pagine di Claudio Magris.
Dico sì, utopia, l'utopia saggia di chi non si chiama
fuori dalla funzione come opportunità in più per
ampliare il significato della politica. E credo che la
politica sia innanzitutto la sfera di confronto e
incontro di idee, di spirito di servizio, di uno stile
praticato di serietà, rigore e grande rispetto per le
persone.
D'altronde senza un movimento delle coscienze, una
crescita culturale, una battaglia delle idee, giusti
conflitti, nessuna riforma strategica si potrà compiere
pienamente. E oggi una sconfitta non sarebbe riparabile,
non ci verrebbe perdonata.
Ma una sinistra moderna e autentica deve scegliere a
quali parti di società delegare funzioni nazionali,
farne ossatura morale del paese, corresponsabilizzare,
farne classe dirigente portatrice di interessi generali,
di un bene comune. Penso a un primato della politica
progettuale, che libera terreno e delega poteri e
strumenti a una società più consapevole, più colta.
E allora io vedo le lavoratrici e i lavoratori
tradizionali e nuovi, dell'impresa, della cultura, della
ricerca schierati dalla parte delle regole e dell'innovazione.
Penso alle scuole e alla università come grandi
fabbriche del 2000, centro nevralgico del futuro. E
soprattutto credo in quel potenziale non pienamente
espresso politicamente e socialmente: le donne coscienti.
Se è così c'è molto da fare e ha senso confidare sui
talenti delle donne: fatica, tenacia, studio, creatività,
impegno, relazioni, solitudine, fragilità e coraggio, ma
ancora fatica, una forza che vogliamo trasmettere a nuove
generazioni di ragazze e ragazzi.
Una nuova stagione per le Democratiche di sinistra che
trae alimento e credibilità da un momento storico.
Essere parte di una sinistra che si trova a guidare, da
una funzione di governo, il cambio di secolo. E che, come
è riecheggiato nel congresso del Partito del socialismo
europeo, deve rivisitare con spirito innovativo - proprio
per tenerli fermi - valori fondanti che, mai come ora,
hanno come misura il mondo.
E la fine del secolo breve, delle grandi e delle
innovazioni, delle rivoluzioni, delle conquiste civili,
consegna alle donne nel mondo possibilità accanto a
libertà incompiute, diseguaglianze materiali, diritti
negati, solidarietà mancate.
Fame, salute, ambiente, povertà, lavoro e ancora guerre,
sono le grandi emergenze del nuovo secolo che si apre all'insegna
della scienza, dell'opportunità della conoscenza e delle
possibilità di uno sviluppo sostenibile
Sono queste le sfide per un movimento mondiale delle
donne, sfide che richiedono una diplomazia di donne, ma
insieme una carica rivoluzionaria.
Per questo immagino come nuova frontiera la costruzione
di una vera e propria Onu delle donne, come Pechino ha
fatto intravedere.
Un'impresa che non può prescindere da una iniziativa
comune delle donne della sinistra europea.
Ma una nuova stagione per noi è legata al momento della
complicata transizione italiana.
In questi anni è come se, trattenendo un lunghissimo
respiro, avessimo corso e corso, superando tante tappe:
crollo del Muro di Berlino, accelerazione della
globalizzazione, Lega, referendum, le destre, Governo
Berlusconi e l'impresa titanica, davvero titanica di una
politica utile e responsabile per risalire la china, il
centrosinistra, l'Ulivo, il Governo Prodi e il Governo D'Alema.
E l'Europa punto unificante di riscatto, primo nucleo di
un bene comune condiviso da un paese che ha rischiato di
perdere l'anima e il suo avvenire e, non va dimenticato,
di dividersi.
E ora il patto sociale voluto con grande determinazione
da Massimo D'Alema, la cui messa in discussione da parte
della Confindustria rivela l'eterna vicenda del
capitalismo italiano, scisso tra l'assunzione di una
funzione nazionale, la caduta nel corporativismo e nella
difesa di interessi miopi.
Il patto sociale ci riguarda, perché indica un programma
di formazione, di ricerca, di sviluppo a partire dal Sud.
Sono obiettivi che dovremo incalzare ponendo con più
forza il punto di vista di donne, dando più valore che
in passato alla funzione dirigente delle donne del
sindacato, perché concorrano con noi per rendere
centrali nella sinistra, nella coalizione, nel sistema di
relazioni del patto sociale, la peculiarità e la
complessità che attraversano il rapporto tra donne e
lavor
Insomma pongo l'obiettivo di essere capaci di agire una
concertazione femminile per politiche attive, per gli
indispensabili strumenti legislativi e sociali e
strumenti di parità con funzioni più definite, più
coordinate, con maggiori poteri.
E ancora penso a un sistema di monitoraggi, a incentivi
per aziende e settori che assumano manodopera femminile,
a politiche premianti l'imprenditorialità delle donne e
alla verifica dell'impatto di genere sui contratti di
area e sui patti territoriali, ad una flessibilità che
salvaguardi i diritti
Il patto sociale, il piano europeo per l'occupazione e l'Agensud
sono un punto di partenza. Ma senza una programmazione
pluriennale per creare nuove opportunità di lavoro per
le donne non riusciremo a invertire la tendenza. E' un
problema insieme di crescita e di qualità.
Il patto sociale sarà nei fatti incompiuto se il Governo
e il Parlamento non accelereranno quelle riforme per il
riconoscimento del lavoro di cura, per il superamento
della divisione sessuale del lavoro, per una diversa
organizzazione dei tempi e dei cicli di vita.
Livia Turco ha già fatto molto nel campo dell'innovazione
sociale a partire dai congedi parentali, dallo
straordinario disegno di legge sui nidi che tiene insieme
in un unico progetto di vita i diritti dell'infanzia e
quelli legati al lavoro. Il prossimo passo è portare a
casa la legge quadro sulle politiche sociali.
Se la politica, a partire dal nostro partito, dall'Ulivo,
dal centro sinistra non si reincontra pienamente e
autonomamente con la sfera etica e della società
cosciente, se non costruisce alleanze, un blocco sociale
rivisitato di cui le donne siano protagoniste con tutta
la loro contrattualità, l'irrisolutezza della
transizione italiana può diventare drammatica.
E' inquietante la presenza di destre impresentabili e
incapaci di una visione nazionale ed europea: destre
figlie della storia di questo paese e soprattutto di una
arretratezza culturale ancora profonda, levatrice di
tensioni populistiche, di rozzezza, di aggressività di
cui le donne sono un bersaglio, nei fatti, privilegiato.
Un miscuglio che mette in discussione libertà, diritti e
il principio di laicità dello stato sposandosi con tutte
le tendenze confessionali, integraliste e oscurantiste.
L'obiettivo è lo stesso di sempre, limitare la libertà
femminile, l'autodeterminazione, il diritto alla maternità
voluta, nasconderli dietro il paravento delle
inquietudini bioetiche, di una idea di famiglia imposta
per legge e non per scelta, della morbosità di fantasie
sul corpo femminile.
E questo è accaduto nella monetizzazione dell'aborto a
Milano, nella sconcertante sentenza della Corte di
Cassazione, nelle scelte sulla fecondazione assistita.
Sono totalmente d'accordo con le nostre parlamentari: se
il testo rimane così, non voteremo la legge.
Vi è dunque una questione di etica laica, di distinzione
netta tra destra e sinistra, di una cultura politica all'altezza,
di un profilo autonomo del partito, ma anche di alleanze
sociali e politiche che le Democratiche di sinistra
devono praticare quando, governando il paese, si fa più
stringente il problema di allargare il consenso della
sinistra
Il bipolarismo, la sconfitta di un trasformismo umiliante
e della frammentazione passano attraverso l'appuntamento
referendario, le riforme elettorali e i nuovi assetti
istituzionali a partire da quello federalista e
attraverso l'autorevolezza, il radicamento sociale, l'affidabilità
delle rappresentanze politiche.
E' un cammino impervio per tutti. Per noi, per il Ppi e
per lo stesso Prod
Sono d'accordo con Walter Veltroni sulla necessità di
farsi carico del giorno dopo e di ragionare attorno all'incompiutezza
della transizione, della scelta strategica del centro
sinistra, dell'Ulivo, delle donne dell'Ulivo, come case
grandi in cui esserci con la nostra identità, ma case
aperte ad altri che le possano arricchire.
Tutto questo riguarda da vicino le donne.
E' suggestivo ipotizzare una Epinay delle donne della
sinistra italiana. In quel congresso socialisti, radicali,
laici e cattolici progressisti francesi scelsero di dare
vita a una grande sinistra democratica plurale nelle
culture, nelle esperienze e nelle forme di associazione,
profondamente saldata negli intenti, una grande forza
maggioritaria per il paese.
Donne di una sinistra che tenendo alto e netto il loro
profilo esercitino il confronto anche con la parte più
estrema della sinistra, per stimolarla e guardare lontano,
a un grande partito democratico, di sinistra e
riformatore che divenga un senso comune anche per le
componenti radicali presenti nella società.
Noi, amiche e compagne, in questi anni più recenti e
complicati non è che non ci fossimo. C'eravamo non poche
e con funzioni difficili e condotte egregiamente. Nessun
leader è figlio solo di se stesso, lo sappiamo.
Non è un caso se ora per la prima volta in Italia donne
autorevoli possono concorrere con possibilità di
successo alla carica di Presidente della Repubblica. E'
importante che possa esserci una rosa di nomi di valore
con cui identificare questa prova e noi dobbiamo batterci
per un esito di svolta in questa contesa.
C'eravamo dunque e tuttavia, e questo è il punto, non c'eravamo
come classe dirigente coesa, come ossatura riconosciuta
nel partito e nella società, con un'iniziativa forte.
E ciò che si è percepito, al di là di donne
significative, di iniziative pregevoli, di un impegno
diffuso, è stato un silenzio, quasi una rinuncia ad
essere soggetto politico.
Credo che molte siano state le ragioni. A partire dagli
anni Ottanta si è ristretta la politica, affievoliti i
movimenti. La crisi poi, dirompente con tangentopoli, ha
finito per confondere politica buona e politica cattiva.
E una funzione determinante dei media ha finito per
limitare al leaderismo il protagonismo politico.
Ci sono state la voglia di sperimentare strade totalmente
nuove, il rifiuto di una politica incapace di dialogare,
un circuito di direzione centralistico di poche e lontane,
il carico di vita infinito che ci pesa.
Ma quella che è stata una scelta ragionata per molte
alla fine ha disperso il nostro peso politico, e il
processo di autoriforma del partito è diventato sempre
più faticoso e lento.
E, in pochissimo tempo, si è realizzato uno scenario che
alcune di noi forse non pensavano possibile: non esiste
un segretario regionale donna eppure quel luogo - la
conferenza dei segretari regionali - è considerato
pienamente rappresentativo di tutte e tutte. Pochissime
sono le segretarie di Federazione. Si è ridotto il
numero delle elette in Parlamento. Poche sono le sindache
donne in nessuna grande città malgrado la qualità di
tante amministratrici di valore nei comuni, nelle
Provincie e nelle Regioni.
Qui vanno i miei più cari auguri a Silvia Bartolini e ci
auguriamo di poter festeggiare con tante altre.
Guardate non vi paia un paradosso, ma noi dobbiamo
interrogarci anche sulla differenza maschile. Una recente
ricerca riportava questo sentire. Alla domanda su cosa
separasse le donne da un impegno politico, e venivano
indicate varie ipotesi, famiglia, lavoro, carriera,
luoghi irraggiungibili, la risposta più gettonata era
una politica di pochi per pochi, arrogante, maschile.
Una prima importante risposta la diamo da quando
governiamo il paese con scelte significative per le donne
italiane, con Ministre e Sottosegretarie capaci,
autorevoli.
Una nuova stagione è una scommessa.
La soggettività politica delle donne non è data una
volta per sempre. Non è un principio che dichiarato in
uno statuto avanzi.
E' una scommessa le cui possibilità di successo nascono
dalla storia.
Non esiste rappresentanza democratica, tanto più della
sinistra, senza una memoria, rivisitata, rielaborata. La
memoria per noi ha pagine gloriose nella prima e nella
seconda parte di questo secolo drammatico che ha visto
guerre e olocausto. Ogni revisione storica non può
mutare l'elemento di fondo di componenti comuniste,
cattoliche, laiche, liberali, socialiste che hanno ridato
senso, dignità, riscatto, identità nazionale a un
popolo diviso dal fascismo e dalla guerra. Hanno dato,
con la Resistenza, una visione del mondo e uno spirito
cosmopolita. E le donne c'erano.
Così è stato nella ricostruzione, nell'incontro tra
femminismo, emancipazionismo e movimenti degli studenti.
Quegli anni straordinari, davvero formidabili, che ancora
adesso aiutano tante di noi a guardare avanti, e volere
un nuovo inizio. Le donne c'erano e le loro conquiste
segnano ancora il senso comune, la vita di tutti i giorni.
Una rivoluzione del nostro secolo di costume e di cultura
Ma la scommessa ha forza che nasce dal futuro.
C'è una frattura tra questa e tutte le generazioni che
si sono succedute a partire dal dopoguerra.
Tutte noi sapevamo collocarci, ci vedevamo proiettate in
avanti e avevamo fortissimi riferimenti ideologici. Poi
la vita si sarebbe incaricata di consentire o meno ai
desideri e alla speranze. Ma figlie di lavoratori o di
studiosi, di ricchi o poveri, ci immaginavamo.
Ora, e questa è la frattura, i giovani e le giovani
fanno fatica a collocarsi, vedono il futuro come una
nebulosa grigia e indistinta e i più fragili di loro
cadono. E in tutto questo soprattutto le giovani
reagiscono, e non è solo un dato italiano, con lo studio.
Usano come potenziale assicurazione per la vita ciò che
lo è per davvero, il sapere, il formarsi.
Il futuro ci dice con certezza che avremo innanzi donne
più autonome, più ricche culturalmente, più libere.
Serve dunque un progetto con l'ambizione di costruire un
new deal per le donne e servono luoghi per favorire un
comune terreno di lavoro, una solidarietà reciproca.
Un progetto. Un progetto sono idee forza e lavori in
corso.
Interdipendenza e solidarietà evocano bene la sfida per
la praticabilità di valori fondanti.
Questo 8 marzo ha riflesso sulle coscienze, di un colpo,
tante immagini tremende: violenze, miseria, mutilazioni,
segregazione, nuovo schiavismo, morte, e insieme coraggio
di milioni di donne senza nome.
Nel nostro progetto sarà una bandiera il costante
richiamo ai valori della dignità umana.
E questo aggiunge significato alla nostra proposta di
cancellazione del debito dei paesi del terzo mondo, alla
lotta contro l'orribile sfruttamento di 250 milioni di
minori che lavorano con ritmi di adulti invece di giocare
e studiare, all'abolizione della pena di morte.
Dall'Europa politica vengano programmi comuni obbligatori
sul rispetto dei diritti di cittadinanza, di una
giustizia internazionale, di strumenti efficaci contro i
racket, le organizzazioni criminali, le mafie, lo
sfruttamento delle donne, il razzismo.
L'interesse dei paesi ricchi e di quelli più poveri è
accomunato da un unico destino.
Quando guerre e povertà vincono in Africa anche noi
veniamo sconfitti. Quando il genocidio si abbatte sulle
donne della Bosnia, quando anche una sola donna curda si
dà fuoco per gridare l'esistenza del suo popolo, anche
noi siamo sconfitte.
Un mondo che ogni giorno percorre le nostre città,
quello delle grandi migrazioni e delle nuove inedite
povertà: inclusione sociale, amicizia, nuova uguaglianza,
multiculturalità sono missione della sinistra e misura
della nostra coerenza.
La legge sull'immigrazione, che certo va pienamente
applicata e ne conosciamo le grandi fatiche realizzative,
prospetta uno scenario di civiltà di una società non
delle minoranze, ma di differenze che possano incontrarsi
in una responsabilità comune.
E' la stessa modernità che associa cambiamento e
inquietudine, stili di vita più dinamici e incertezze,
convivenza solidale e paura.
Ed è in questo quadro che si colloca il grande tema
della sicurezza delle nostre città. E' un problema di
legalità e insieme un problema di vivibilità, di qualità
di vita.
Il sapere, l'espansione del diritto allo studio per tutti
e lungo il corso della vita, sono il primo grande
strumento di uguaglianza.
Lo sono per le lavoratrici all'ultimo anello della catena
per avere almeno la speranza di migliorare, per le
immigrate, lo sono per le lavoratrici della conoscenza
alle prese con innovazioni rapidissime, per le donne
collocate in punti alti e raffinati.
Si è negata l'uguaglianza. I laureati, uno su tre di
quanti si iscrivono sono delle stessi classi sociali di
quarant'anni fa. Uno o due su cento di famiglia operaia.
Tutto ciò vuole dire una società bloccata, chiusa
generazionalmente, di cui le prime a fare le spese sono
le donne.
Ma vuole dire anche che le élites diffuse e le classi
dirigenti sono figlie di poche e ristrette famiglie, di
corporazioni, di caste, di clientele, di fedeltà ai
partiti, di cooptazioni.
E solo eccezionalmente dei meriti e della deontologia
professionale.
La ricostruzione di una etica pubblica condivisa e di un
patto tra uomini, donne e generazioni passa da lì. Ed è
questione aperta per la sinistra.
E un tratto fondante del nostro progetto sono convinta
debba essere la scrittura di regole, codici, metodologie
che promuovano e riconoscano qualità e etica
professionale ovunque: riforme per le nomine, gli ordini
professionali, le carriere universitarie e scolastiche,
la pubblica amministrazione, la magistratura. E' anche
questa l'Europa di cui abbiamo bisogno.
Parole chiave come democratizzazione, libertà, meriti,
regole hanno senso anche per quel luogo, il partito, che
scegliamo come strumento del nostro agire politico
collettivo e individuale.
Un partito paritario è un partito più aperto a tutti.
Io penso un luogo di impegno nel quale abbia senso
dedicare intelligenza, fatica, passione, per affermare le
proprie convinzioni, per praticare almeno una parte di
quei valori, per veder realizzati almeno una parte di
quei principi.
In quel partito a cui dedicheremo la parte essenziale del
nostro progetto, ritengo si debbano avere luoghi autonomi,
non separati.
Sedi di ricerca, a partire dalla condizione delle donne e
delle giovani donne di cui non sappiamo abbastanza, di
proposta, di iniziativa.
Ma perché ciò avvenga penso sedi di incontro aperte
alle culture, alle esperienze tanto diversificate e per
questo così potenzialmente ricche delle compagne ed
amiche.
E' qualcosa di più del pluralismo di aree o di culture
di donne.
Non è luogo che pretenda di rappresentare tutte le donne
del partito e tanto meno tutte le donne come genere.
Ma è luogo per tutte, aperto a chi sceglie di esserci o
di privilegiarlo, di viverlo come scambio di
professionalità e competenze o di confronto politico, di
relazione per portarvi tante relazioni, esperienze,
qualità.
Ma certo io lo vedo come luogo di progettazione e di
direzione da cui parlare alle donne italiane.
Un luogo di assunzione di responsabilità, di esercizio
di mediazione alte e quindi di regole semplici, praticate,
ma soprattutto rispettate.
Io ritengo un vulnus nella vita democratica di tutto il
partito scrivere statuti, carte di principi e non
applicarli. E' preferibile il conflitto, quando non si è
d'accordo, all'indifferenza.
Governo e Parlamento sono giustamente impegnati per norme
costituzionali e legislative che promuovano il
riequilibrio della rappresentanza. Nel frattempo che si
applichi nel partito fino in fondo la norma
antidiscriminatoria.
Parlo di regole generali per la formazione e la selezione
delle classi dirigenti.
Penso ad una direzione collettiva che vive attraverso il
pluralismo territoriale, una idea e una pratica da
sperimentare per davvero di partito federalista e
solidale, che trae la sua autorevolezza da una rete
organizzata e diffusa delle Democratiche di sinistra.
Non c'è un modello, già ora si stanno seguendo varie
strade: forum, coordinamenti, gruppi progetto, consulte,
commissioni. L'articolazione territoriale è una
ricchezza tanto più in un quadro regolato,
rappresentativo, democraticamente riconosciuto e coeso
negli intenti.
Luoghi di direzione aperti e regolati per noi stesse, ma
anche di ascolto di donne non iscritte a cui dare uno
spazio di partecipazione, penso alle donne del
volontariato, alle grandi associazioni di solidarietà.
Ho sentito compagne che stimo affermare che non serve una
coordinatrice delle donne nazionale o dei territori.
Credo che oggi la convinzione e il sentimento più larghi,
ma lo deciderete voi, militino a favore di una opzione
che appare utile, indispensabile, saggia rispetto a
questo momento.
Io penso a questo impegno come a quello di una civil
servant di un progetto e a una funzione dirigente che
insieme dobbiamo costruire con l'ambizione di riuscire a
consegnare la nostra storia e il nostro futuro a una
nuova generazione.
Care compagne e care amiche, si compie oggi una parte del
nostro percorso e si inaugura, per le donne, uno stile
nuovo di scelta che voglio intendere come un
arricchimento della vita democratica anche se come voi e
con voi vivo tutto il disagio di un percorso imperfetto.
E' vero non ci saranno vincitrici e vinte.
Non credo che competition is competition perché penso
che quella fra me e Anna Serafini sia una competizione
solidale e perché sono consapevole di un interesse alto,
quello del nostro partito, e di un'ambizione, quella di
una politica di donne che dia fiducia e speranza agli
uomini e alle donne del nostro paese.
Se io sono qui oggi è anche per il sostegno e la fiducia
di donne portatrici di esperienze, culture, storie,
sensibilità diverse, quello che io chiamo uno
schieramento arcobaleno.
Lo ritengo un passo in avanti vero per quel
rimescolamento delle carte di cui le democratiche di
sinistra e il nostro partito hanno tanto bisogno per
ricostruire una comunità di donne e uomini, un luogo di
libertà e di responsabilità. E in fondo è bello che
tutto questo sia venuto dalle donne.
In questi giorni si sono rincorse voci, sentiti dire.
Certo mi piacerebbe parlare anche un poco di me ma non c'è
tempo e forse non è il caso.
Una voce non mi sento di smentire, sono una donna di
Milano, del terribile Nord. Lì ho imparato una grande
passione per la politica, per l'unità del paese, lì ho
imparato quanto sia comune il nostro destino di donne dei
Nord, del Centro e dei Sud.
Ho imparato la fatica e la bellezza di essere donne nella
politica.
Quando la notte, tornando a casa sole, affaticate, con
immagini che si sovrappongono davanti a noi di cose
ancora da fare, di lavoro e personali, di decisioni da
prendere - e qui penso a tutte noi - siamo sfinite e
pensiamo alla nostra vita e crediamo di non farcela,
guardandoci allo specchio, riusciamo a dirci: domani è
un altro giorno, oseremo pensare, sceglieremo di
ricominciare, oseremo, tutte insieme, vincere.
Chianciano Terme, 13 marzo 1999
|

documenti |