«Il partito
non deve più
giocare in difesa ma ascoltare tutte le voci»
«Non giocheremo più in difesa. Ma d'anticipo. Puntando sul nuovo welfare
e sulla cultura». Pausa. «Non resteremo chiusi in via Volturno, ci apriremo
alla città, ascolteremo tutti... aiutati dal fatto che dobbiamo trovare
una nuova sede». E cioè? «Lasceremo via Volturno. Presto. Per motivi
economici, per risparmiare».
Prima intervista.
Federico Ottolenghi, 35 anni, milanese, sarà il nuovo segretario provinciale
dei Ds. Il congresso si farà dal 10 al 12 dicembre: ma lui, salvo
sorprese, si presenterà come il candidato unico. Ha fatto il liceo
classico al Berchet e si è laureato in Scienze politiche alla Statale.
Consigliere del ministro Berlinguer, è tra i fautori della riforma
della scuola. Il padre è stato direttore di Rinascita, la madre direttrice
della Montessori di via Milazzo.
Ecco,
Ottolenghi, i primi passi?
«Incontrare
molte persone. Nel partito e in tutta la città. Ascoltare, leggere,
studiare, preparare la proposta per il congresso».
Perché
la sinistra è così spenta?
«Le risorse
esistono. E sono straordinarie. Ma è come se ognuno considerasse le
sue idee, la sua appartenza politica, come un fatto unico e isolato.
Non c'è la capacità di fare rete, di scambiarsi le opinioni, di intervenire
in modo visibile nella città».
Quindi?
Che vuol fare?
«Passare dall'insoddisfazione
alla volontà di cambiamento. Riaprire i canali di discussione con
Milano. Ripartire dai problemi quotidiani. Porsi il problema delle
prospettive della città: cosa che il sindaco non ha fatto».
In che
senso?
«Alla giunta
Albertini si possono contestare errori e omissioni, dall'incertezza
sulle privatizzazioni fino al patto sul lavoro che dà a persone diverse
diritti diseguali... ma il punto vero è che il sindaco non ha mantenuto
le sue stesse promesse sull'innovazione di Milano. Basta pensare al
palazzo dei congressi, al traffico, all'area Garibaldi Repubblica
e poi...».
Poi?
«Non c'è la
politica per gli esclusi. E non è solo un problema etico. La competizione
tra aree metropolitane, oggi, si gioca anche sulla qualità sociale».
Il partito
nazionale vi snobba...
«No, anche
se qualche difficoltà c'è stata. Comunque Roma può dare una mano:
ma il rilancio deve nascere a Milano».
E il governo
che «si prende» l'Authority del volontariato?
«Un errore.
Però la decisione non è definitiva: anch'io, per quel che posso, mi
batterò perché la sede sia qui».
Lei è
il candidato unico alla segreteria...
«Per adesso
sì, è un dato di fatto. Ma la discussione sarà ampia e libera: la
scelta spetta al congresso, in base alla persona e al progetto».
Linee
guida?
«Grande apertura,
forte innovazione nel modo di fare politica, costruzione collettiva
del programma, interesse vero per le proposte e le idee dei giovani.
I primi temi? Da una parte il ridisegno del mondo del lavoro, con
i nuovi contratti e le nuove tutele. Dall'altra la piena valorizzazione
di ricerca, formazione, cultura. Milano non aspetta gli altri: ma
propone agli altri».
E il famoso
Ulivo 2?
«Possibilità
e segnali ci sono: a partire dalle Regionali e da Martinazzoli. Sia
la città che il Pirellone meritano un'alternativa credibile al governo
insoddisfacente del Polo. E non è una missione impossibile».
Venanzio
Postiglione