Iriondo:
basta con il toto-candidato, la scelta tocca al congresso. Il partito
prepara il ricambio in
vista delle regionali. Il leader uscente: attenti agli autogol
Se ne va. «Lascio l'incarico in anticipo, motivi di salute». Tira le
orecchie al partito. «Basta con il toto-segretario, non è uno spettacolo
edificante». Guarda avanti. «Ci vuole un ricambio, più apertura ai giovani
e alla società». Chiede una scelta «basata sui programmi» e non sui
volti. «Il nuovo leader deve eleggerlo il congresso: è la sede giusta».
Insomma: stamattina Alex Iriondo, 41 anni, consegna la lettera di dimissioni,
non è più il leader provinciale dei ds. Verrà anche Pietro Folena, che
è il numero due del partito nazionale: per capire come e quando trovare
il successore. Dopo tre anni alla guida della federazione, Iriondo prende
un periodo di riposo: ma resterà nella politica, resterà nella Quercia.
Via Volturno, nuova pagina. Il congresso si farà a dicembre: il punto
è capire se aspettare le assise oppure indicare subito il leader oppure
(una via di mezzo) nominare un gruppo di «garanti» per la transizione.
Scelta difficile. Perché i ds vogliono «ritrovare le forze» in vista
delle elezioni: nella primavera del 2000 le regionali, nel 2001 la
corsa verso Palazzo Marino. Per il Pirellone è già pronto Martinazzoli,
che vorrebbe «una lista unica», senza simboli di partito. Per il Comune
la partita è aperta. Il nuovo segretario? Più dubbi che certezze.
Anche se i nomi più forti (ammesso che si candidino) sono Antonio
Panzeri, leader della Camera del lavoro, Daniela Benelli, già assessore
provinciale alla Cultura, Franco Mirabelli, coordinatore cittadino
ds, Federico Ottolenghi, consigliere politico di Berlinguer.
Ma Alex Iriondo, appunto, frena le voci. «Non va bene, per il partito
è un autogol». E spiega che le sue dimissioni «nascono da motivi di
salute, non da problemi politici». In altri termini: «Ho solo anticipato
la scadenza di un paio di mesi. In vista delle regionali, delle comunali,
va impostato il nuovo lavoro. Il segretario? Ripeto: a dicembre c'è
il congresso provinciale, forse è meglio aspettare. Ci saranno i programmi,
il dibattito, si potrà scegliere con il più ampio consenso possibile».
E ancora. «Il toto-nomine danneggia tutti, non ha senso, è un esempio
di malcostume. Basterebbe una gestione corale da qui al congresso».
I tre anni da segretario? «Il partito è più forte, si è consolidato,
ha messo radici, ha preso forze nuove. Il passaggio da Pds a Ds, a
Milano, ha funzionato più che altrove, con l'ingresso di tanti laici,
riformisti, cristiano-sociali. Basta pensare a socialisti storici
come Aniasi, come Achilli. Non solo... nella città dove è nata Forza
Italia, dove il centrodestra è molto forte, abbiamo combattuto testa
a testa». E il grande rammarico? «Aver perso le elezioni provinciali
per una manciata di voti. Tamberi ce la poteva fare, è stato battuto
di un soffio». Ma adesso? Il futuro della Quercia? «Una strada su
tutte: aprirsi all'esterno, dialogare con i ragazzi, rilanciare il
partito all'interno della società milanese». Martinazzoli? Sarà il
primo passo? «Sta nascendo un'operazione competitiva. Attorno a una
figura di grande rilievo. Il punto è andare oltre i partiti, trovare
nuove idee, nuove risorse. Poi si dovrà pensare al candidato e al
progetto per Palazzo Marino, contestando "la politica dell'immagine
e dell'annuncio" che sta facendo il sindaco Albertini».
Passaggio
delicato. I ds senza segretario. Mentre D'Alema, da capo del governo,
insiste sul «ruolo chiave» di Milano, e Veltroni, da leader nazionale,
dice che «è partita la controffensiva». E' una partita che si giocherà
sui nomi, è evidente: alla ricerca di una figura forte, riconoscibile.
Ma si giocherà anche sulle strategie: come risolvere la questione
socialista, come trattare con gli alleati, come fondare l'Ulivo bis,
come affrontare Albertini-Formigoni-Colli. Una corsa in salita.
Venanzio Postiglione