1° Congresso regionale dei Democratici di Sinistra della Lombardia
Milano, 17-18 dicembre 1999

Relazione d’apertura di Pierangelo Ferrari, segretario regionale

Care compagne e cari compagni, graditi ospiti,

benvenuti al primo congresso regionale dei Democratici di sinistra. Il nostro appuntamento si colloca alla vigilia del congresso nazionale dei DS, che si terrà a Torino dal 13 al 16 gennaio del prossimo anno e segue i dodici congressi provinciali della Lombardia.

Agli oltre mille congressi delle unità di base hanno partecipato quasi 14.000 dei 62.000 iscritti al partito, che hanno approvato a grandissima maggioranza il "Progetto per la sinistra del Duemila" e si sono espressi sulle due mozioni congressuali con il 76,7% a favore della mozione Veltroni e con il 23.3% a favore della mozione Bandoli.

Non è mai abbastanza soddisfacente la partecipazione ai dibattiti congressuali, ma non c’è nessuna forza politica che possa contare su un confronto interno così esteso come quello che ci ha impegnato nelle scorse settimane. Lo diciamo senza arroganza, consapevoli, al contrario, delle difficoltà e dei limiti che scontiamo. Ma lo vogliamo rilevare per segnalare l’esistenza di un partito vivo, che esprime un bisogno acuto di discussione e di partecipazione. Così come voglio segnalare, in apertura di relazione, il clima sereno, il rispetto reciproco che ha caratterizzato il confronto tra le mozioni. L’articolazione formalizzata delle posizioni ha arricchito il dibattito e ha reso tutti più consapevoli delle questioni politiche che ci incalzano.

Voglio ricordare, infine, la piena integrazione delle diverse componenti politiche che hanno dato vita ai D.S. Rispetto al PDS, il nuovo partito si è arricchito di culture, di punti di vista, di personalità che hanno fatto fare un salto di qualità al confronto politico e allo stesso profilo dei gruppi dirigenti.

Il mondo che cambia

Il sentimento più diffuso tra le nostre fila, che è emerso con nettezza in questo passaggio congressuale, è il senso di straniamento indotto dai cambiamenti nei modelli di vita che la globalizzazione porta con sé. Si tratta di un sentimento che si manifesta per diverse vie, che vanno dalla incertezza sulle sorti della sinistra al rapporto con il proprio passato, alle domande sulle politiche di governo. Ma, al fondo dei tanti interrogativi, c’è la percezione che un mondo stia finendo e che siamo entrati in una nuova dimensione sociale e culturale in cui la sinistra è chiamata a ridefinire lo statuto dei suoi valori e le priorità dei suoi obiettivi. Se non è finito, certo è entrato in crisi quel mondo che vide la maturazione della nostra coscienza politica. Era il mondo dei blocchi politico-militari contrapposti e del primato degli Stati nazionali, era il mondo delle ideologie e delle fedi forti, della "centralità operaia" e della militanza di sezione, dell’antifascismo e della lotta all’imperialismo. Sono bastati due decenni per entrare in un’altra epoca. Oggi siamo cittadini smarriti in cerca di identità di un mondo in cui capitali e merci, culture e persone circolano senza ostacoli, in cui sono cadute le barriere protezionistiche e in cui la tecnica – questa nuova divinità che sembra avere vinto la partita con le fedi e con le ideologie – sta modificando, con intensità stupefacente, la qualità e la natura stessa della nostra vita.

La sinistra, ahimè, non sta fuori dalla storia, al riparo dalle sue convulsioni, dai suoi cambiamenti, in una sorta di olimpo delle idee astratte, pure ed eterne. I conti con la storia sono spesso duri ma vanno fatti, perché la sinistra – in realtà e per fortuna – sta dentro la storia, essendo essa stessa un prodotto della storia.

C’è una certezza, tuttavia, che ci deve confortare: tra le grandi famiglie culturali e politiche solo la sinistra riformista mondiale si sta interrogando sugli effetti della globalizzazione e sui nuovi scenari che essa porta con sé. Il nostro stesso congresso si è interrogato su di essa e ha prodotto, nel suo insieme, risposte non arroccate.

La globalizzazione non è un male in sé, perché crea le condizioni per cui l’area della produzione e del benessere si possa estendere al terzo mondo. Ma è un processo che va governato e non lasciato in balìa delle sole dinamiche del turbocapitalismo. La sinistra, pertanto, vede allargarsi il campo della sua azione ed è chiamata a definire uno statuto mondiale dei diritti e delle libertà. Le nuove frontiere geografiche della sinistra puntano alla tutela del lavoro nelle aree di nuova industrializzazione, mentre le nuove frontiere culturali si occupano di rivoluzione informatica e telematica, di bioetica, di mezzi di comunicazione.

Sono inedite e sofisticate le nuove forme di coercizione della libertà e di riduzione dell’umanità degli abitanti del pianeta. Non servono necessariamente gli Stati totalitari. Basta il controllo del sistema globale dei mezzi di informazione o della scienza delle biotecnologie. La rivista "Internazionale" ha riportato, nel suo penultimo numero, un articolo pubblicato dal settimanale statunitense "The Nation". "Nel giro di pochi anni il mercato globale dei media si è ritrovato sotto il dominio di otto multinazionali, - sostiene il periodico americano - le stesse che controllano l’industria dell’intrattenimento e dell’informazione negli Stati Uniti". Ma ciò che più colpisce e preoccupa nell’analisi di "The Nation" è la denuncia della qualità dell’informazione. "Nel contenuto dei media si insinua una precisa visione politica. Il consumismo, la diseguaglianza di classe e l’individualismo tendono ad apparire naturali e persino positivi, mentre l’impegno politico, i valori civili e le iniziative contro gli eccessi del mercato hanno pochissimo spazio. Il giornalismo migliore – conclude il settimanale americano – è sintonizzato sulla business class e si adatta alle sue esigenze e ai suoi pregiudizi. Al contrario, nel giornalismo riservato al grande pubblico prevale l’insulso chiacchiericcio fornito dalle TV". Cari compagni, siamo già globalizzati. Che cos’è questa se non una efficace descrizione del sistema italiano dell’informazione!

Non si tratta di denunciare un mitico "pensiero unico". Non c’è una centrale di comando del sistema e l’economia di mercato è solo una dinamica dello sviluppo economico – la più efficiente prodotta dalla storia –, non è un modello imposto per via politica. Ma l’economia di mercato ha bisogno di garanzie e di regole, di trasparenza e di democrazia se non vogliamo che produca dei mostri. C’è una disperata mancanza di dibattito sulle ricadute a lungo termine per la democrazia di processi che procedono su scala mondiale e che, spinti dalle forze propulsive della tecnica e della finanza, possono portare alla riduzione degli spazi di libertà e della stessa dimensione umana della vita. Basti pensare alla circostanza che la scienza sta mappando il patrimonio genetico dell’umanità e che, con le conquiste della biotecnologia, la tecnica può progettare la stessa vita umana.

La crisi del modello fordista, la mutata morfologia delle classi che essa comporta, la fine di grandi e tragiche ideologie non hanno determinato la fine della sinistra. Oggi più che mai, la sinistra parla di libertà – delle libertà, al plurale -; di eguaglianza, a partire dalla eguaglianza tra i sessi; di tutela dell’ambiente e della vita; di diritti all’informazione, al lavoro, alla pace.

Davvero il mondo sta cambiando attorno a noi. Pensiamo al processo di perdita di sovranità degli stati nazionali e al conferimento di potere a livelli sovranazionali, come il Fondo Monetario Internazionale o l’Organizzazione Mondiale del Commercio (WTO). Pensiamo al processo di costruzione dell’Unione Europea e a tutto ciò che esso comporta per i cittadini del nostro Paese in termini di legislazione, di cultura, di stili di vita.

Non vorrei essere inutilmente polemico – perché è troppo facile esserlo – ma quanto miserabili e provinciali appaiono le contese che scuotono quotidianamente il sistema politico italiano, i sentimenti e i risentimenti che muovono i passi di tanti soggetti politici nostrani. Sembra quasi che la rissosità aumenti in misura inversamente proporzionale al peso delle decisioni che restano nelle mani dei parlamentari nazionali. La politica di sicurezza nazionale, la politica monetaria, le scelte macroeconomiche, le opzioni della grande finanza si decidono altrove. La grande missione di questa classe dirigente dovrebbe essere quella di cogliere le opportunità offerte dai vincoli esterni per creare un Paese più moderno e più civile. Il centrosinistra è impegnato proprio in questo sforzo. Si potrebbe dire che esso è nato proprio per produrre questo sforzo, in vista soprattutto della piena integrazione dell’Italia in Europa. Nessuno ci potrà sottrarre l’orgoglio di avere conseguito un obiettivo storico per il nostro Paese, avendo avuto contro buona parte della destra e avendo registrato lo scetticismo di buona parte dell’Europa. È su prove come questa che si costruisce una classe dirigente. Maastricht è stata raggiunta, ma lo sforzo riformatore del governo di centrosinistra non può esaurirsi con Maastricht.

Il governo delle riforme

C’è un destino che incombe sulla sinistra e sui democratici italiani: quello di farsi carico e di affrontare questioni irrisolte dalle classi dirigenti liberali. Questo destino ha segnato gli stessi tratti politici del PCI. Non si spiegherebbe altrimenti la ben nota moderazione dei comunisti italiani se non si fa riferimento alla loro interpretazione della storia d’Italia. La storia di un Paese che ha visto raggiungere la propria unificazione sulla base di una doppia iniziativa politica – dei democratici e dei moderati – a ristretta base di massa. Un Paese, dunque, a democrazia fragile perché retto da uno Stato privo di legittimità popolare. Un Paese esposto all’avventura fascista perché indifferente alle sorti della democrazia. Uno Stato che non ha mai conosciuto una autentica rivoluzione liberale in un Paese che ha conosciuto, peraltro, una pesante controriforma cattolica senza avere mai conosciuto una riforma protestante.

Nelle pagine di Gramsci e nell’opera politica di Togliatti e di Berlinguer, ma anche nel pensiero di tanti esponenti laici, cattolici e socialisti, c’era la consapevolezza che la frattura tra il paese reale e il paese legale avesse segnato in profondità l’identità degli italiani e ne avesse condizionato la percezione dello Stato e la stessa concezione della democrazia. Quella frattura andava sanata. È stato questo l’obiettivo storico del miglior pensiero politico italiano del secolo, ovunque fosse collocato. Fu così per Gobetti e per i fratelli Rosselli, così come per De Gasperi e per Moro, per Nenni e per La Malfa. Ma fu così anche per noi, comunisti italiani, se ci è consentito dirlo. Il PCI fu un ponte, uno dei più solidi, tra il paese reale e il paese legale, tra la società e le istituzioni. Ecco perché i figli di quella tradizione, all’indomani della sconfitta del ’94, si pongono di nuovo la medesima questione, riformulata in termini adeguati, e parlano di "Paese normale" e di "rivoluzione liberale".

Quanti equivoci su quella formula! Quanti la intesero come una suggestione subalterna all’onda liberale che ha attraversato la sinistra europea! Quanto pochi furono coloro che compresero che la "rivoluzione liberale" era la risposta più alta che la sinistra italiana dava al "caso Italia", e che si trattava di una risposta che veniva dal profondo della migliore cultura civile della sinistra e dei democratici italiani di questo secolo!

È stata anche colpa nostra non essere riusciti a fare crescere nel partito e nell’opinione pubblica la consapevolezza del valore e della radicalità di quella indicazione. "Rivoluzione liberale" è riforma dello Stato, è federalismo, è mercato regolato, è l’apertura degli ordini professionali all’accesso dei giovani di talento; "rivoluzione liberale" è giustizia rapida e imparziale, è amministrazione efficiente, è costume civile, è buongoverno. È il paese reale che si identifica nel paese legale, perché lo Stato è amico e non ostile, perché la democrazia è un’opportunità non un vincolo, perché le imposte sono un dovere civico e l’ambiente un bene comune.

Sto parlando di un Paese immaginario, lo so, ma noi dobbiamo volerlo questo paese ideale, perché questa è la migliore civiltà europea. Non c’è altro modo per essere europei. Non ci sarà consentito di essere europei "all’italiana". È anche colpa nostra se non sappiamo rendere conto agli italiani – qualche volta, neppure a noi stessi – che, in mezzo a tante difficoltà e a tante polemiche, i governi Prodi e D’Alema si sono impegnati soprattutto in due direzioni: una "rivoluzione liberale", appunto, che costruisse un "Paese normale" e una riforma dei meccanismi di sviluppo e di redistribuzione.

Se non si collocano gli sforzi dei governi di centrosinistra dentro il disegno che siamo andati costruendo tra il ’91 e il ’94 ma, soprattutto, tra il ’94 e il ’96 e che ebbe il suo sbocco nel programma dell’Ulivo, non si può apprezzare la portata riformatrice dell’opera avviata nell’ultimo triennio. Le ottantotto tesi dell’Ulivo non sono rimaste lettera morta: molto è stato fatto, molto di più è ancora da fare, ma quel disegno riformatore è diventato opera di governo e lo sarà tanto più se la legislatura potrà arrivare al suo termine. In quelle tesi c’erano impegni sul risanamento finanziario, sulla lotta all’evasione fiscale, sull’apertura del mercato dei capitali e sulle privatizzazioni, sulla riforma degli ordini professionali, sui beni culturali concepiti come risorsa, sulla riforma del sistema di formazione come grande priorità nazionale e su altro ancora.

Era un programma innovativo e coraggioso per un decennio. Era un progetto per l’Italia. Quel progetto non può essere lasciato cadere. Il governo D’Alema non l’ha lasciato cadere: ha proseguito l’opera di risanamento finanziario, di liberalizzazione del mercato, di innovazione del sistema formativo, di avvio della riforma del welfare, di allargamento della base impositiva, di politiche attive per il lavoro e per l’impresa. Ha presentato e fatto approvare una Finanziaria che prevede una riduzione strutturale del carico fiscale sulle famiglie e, nello stesso tempo, destina 12.000 miliardi per lo sviluppo, l’occupazione, la formazione, la famiglia, l’assistenza, la sicurezza. Quando si è trattato di assicurarsi responsabilità onerose e impopolari il governo D’Alema se le è assunte e la credibilità del nostro Paese è cresciuta presso i partners europei e gli alleati atlantici.

Eppure, la percezione del governo presso l’opinione pubblica non è adeguata all’impegno profuso e ai risultati conseguiti. Qui c’è una questione macroscopica e tutta politica che chiama in causa la coalizione, i suoi rapporti interni e il rapporto tra coalizione e governo, tra coalizione e Paese. Si ripete frequentemente che il governo non sappia comunicare con il Paese, che abbia fatto un buon lavoro ma che non sappia renderne conto all’opinione pubblica. Ma chi dovrebbe renderne conto? L’ufficio stampa di Palazzo Chigi, magari nella forma grottesca degli spot televisivi berlusconiani del ’94? Ovviamente no. Forse è bene che tutti si rendano conto che il tramite principale tra il governo e i cittadini sono i partiti che sostengono (o che dovrebbero sostenere) il governo medesimo. Che la migliore opera di governo può essere vanificata dalla babele della frammentazione e dal clima di rissosità interna alla maggioranza che tutte le sere viene veicolata nelle case degli italiani dai telegiornali e dai talk-show.

C’è un vetro opaco che si interpone tra il governo e il Paese, questo vetro è la sua stessa maggioranza. In queste condizioni non si va lontano. Non sono in grado di fare proposte ma, come tutti voi, sono in grado di capire che c’è un’emergenza, e che questa emergenza si chiama alleanza di centrosinistra.

A cento giorni dalle elezioni regionali, l’alleanza di centrosinistra – comunque si chiami: Ulivo 1, Ulivo 2 o altro ancora – va ricostruita in Parlamento e nel Paese, regione per regione, se vogliamo portare a compimento la legislatura e se vogliamo batterci efficacemente nelle sfide regionali di marzo.

La partitocrazia della prima repubblica aveva bloccato il sistema politico, ma la "partitinocrazia" emersa in questa fase rischia di protrarre oltre misura la transizione e di impedire il consolidamento delle istituzioni, l’efficacia dell’opera di governo e di inceppare lo stesso sistema bipolare.

Ma, forse, è proprio lì che alcune forze politiche minori vogliono andare a parare. Se è così, si dia battaglia politica a viso aperto. La posta in gioco non è il primato di questa o di quella forza politica, e neppure la leadership o la premiership, la posta in gioco è la credibilità del Paese, la stabilità delle sue istituzioni, l’efficacia delle sue politiche di governo.

Consentitemi poche battute sulla crisi politica aperta nella maggioranza di governo. Poche battute perché l’esito è ancora incerto e dobbiamo ancora ascoltare l’intervento alla Camera del Capo del governo. A proposito del quale, vi devo trasmettere il suo rammarico per non avere potuto intervenire ai nostri lavori congressuali, in ragione proprio delle situazione politica nazionale. D’Alema ha ribadito al congresso dello SDI di non voler essere un ostacolo al rilancio della coalizione. Se per rilanciare e rafforzare la coalizione serve una leadership più autorevole o più rappresentativa dell’intera coalizione discutiamone e, se c’è, D’Alema sarà pronto a farsi da parte, come ha più volte dichiarato.

Ma quello che di inaccettabile vi è nella presa di posizione di alcune forze politiche minori è la pretesa che si possa rivincere nel 2001 solo con un leader moderato, cioè di centro, perché pare che solo al centro si possa essere "moderati". A parte il fatto che, come ci ricorda spesso Martinazzoli, la moderazione in politica non è legata ai partiti, ma alle politiche, è del tutto inaccettabile una sorta di veto a una leadership di sinistra. Con esponenti di primo piano della sinistra abbiamo conquistato il governo di città, di province e di regioni. Non si vede perché non possiamo essere idonei a guidare la sfida per riconquistare il governo del Paese. Nessuna iattanza, pertanto, nessuna pretesa di avere garantito per D’Alema il posto fino al 2001 e oltre. Ma anche nessuna sudditanza. Questo è tutto.

C’è un altro aspetto che emerge sempre più sul versante del rapporto tra il governo e l’opinione pubblica. Non c’è solo una visibile rissosità di coalizione che opacizza l’azione del governo. C’è un problema che chiama in causa ciascuna forza politica e precisamente l’allentamento dei rapporti di ciascuna forza politica con il proprio retroterra sociale e culturale. C’è una crisi dei partiti che pesa in questo passaggio difficile della transizione italiana.

Fare coalizione in un sistema bipolare non significa mettere in disarmo i partiti. Anche se si andasse all’abrogazione della quota proporzionale della legge elettorale per la Camera dei deputati, come io auspico, non per questo si abrogherebbero i partiti. Questo è un grande equivoco e, per certi versi, un autoinganno.

Occuparsi della propria visibilità e trascurare i legami sociali e la propria identità: così muoiono le forze politiche e si riducono a macchine elettorali, a ristrette oligarchie. Aggrapparsi ai simboli e allontanarsi dai contesti vitali del lavoro, della cultura, della socializzazione: per questa via si consuma la crisi della politica. Io credo, invece, che la fine del sistema proporzionale e l’ingresso nel contesto politico elettorale del bipolarismo di coalizione comporti un’esigenza più acuta di ritorno alle radici degli interessi, dei bisogni, dei valori che ciascuno vuole rappresentare. Comporta una più precisa definizione degli obiettivi e delle identità di ciascuno.

Proprio perché la mia strada è percorsa in comune con altri, proprio perché le mie sorti sono legate alle sorti di altri io devo rispondere al bisogno di sapere chi sono, chi rappresento, da dove vengo. Ma questa consapevolezza è troppo poco diffusa nella coalizione, pochissimo in alcuni alleati, per niente in altri. Per questo, anche per questo, la maggioranza è instabile e il percorso si è fatto accidentato.

Quando parliamo di sinistra e di centrosinistra, quando discutiamo del rapporto tra partito e alleanza dobbiamo avere bene in chiaro il contesto in cui ci muoviamo. Su questo terreno non c’è stata alcuna modernizzazione. L’Italia è rimasta l’Italia, con la crisi del suo ordinamento istituzionale e con la instabilità del suo sistema politico, a malapena trattenuto da un fragile assetto bipolare. Da qui, dall’incrociarsi di due debolezze, nasce e cresce il fenomeno dell’astensionismo.

Il centrosinistra italiano non si riassume, come in alcuni paesi europei, in una forza politica del 40% e oltre o, almeno, come in altri paesi, in una alleanza di pochi partiti guidata da un soggetto politico principale, forte di una dote elettorale superiore al 30%. Nelle ultime elezioni europee si sono presentate al voto dieci sigle che fanno riferimento al centrosinistra (undici con Rifondazione comunista), nessuna delle quali ha superato il 20%, una sola, la nostra, che ha superato il 10%, un’altra che ha superato il 5%.

Non c’è dubbio allora che la nostra priorità, oggi, si chiami unità e stabilità della coalizione. Non ci può essere il minimo dubbio sul fatto che non esista – per noi, come per tutti i partiti di centrosinistra – un futuro politico in proprio separato dalla prospettiva comune. I laburisti inglesi vincono da soli le loro sfide. I socialdemocratici tedeschi possono anche pensare di separare le loro sorti dai Verdi e, in ogni caso, hanno aperto l’alternativa liberale. Ma il fronte riformatore italiano è obbligato a convivere dalla debolezza stessa che deriva dalla sua frammentazione. Il problema è quello trasformare la coazione a convivere in una scelta consapevole. Ci incalza l’urgenza di trasformare uno stato di necessità in un progetto politico forte, che recuperi la spinta e il sentire comune che ci portarono alla vittoria del ’96. Il quale 21 aprile ’96 è ricco di insegnamenti per chi li voglia apprendere. Esso ci dice che l’Ulivo batte il Polo e conquista il governo del Paese, ma che, nello stesso giorno, i partiti del centrosinistra perdono la sfida del consenso con i partiti del centrodestra e che lo stesso risultato del PDS non è affatto incoraggiante. Il voto del ’96, nel quale Polo e Lega avanzano perfino rispetto al ’94, ci dice che il centrosinistra vince sul terreno della politica ma che deve ancora vincere nella società. Dice che i partiti del centrosinistra sono deboli, che il loro insediamento sociale è precario e che solo l’offerta elettorale dell’Ulivo ha consentito il sorpasso al maggioritario. Dice che i nostri elettori chiedono unità e, nello stesso tempo, segnalano la distanza dei partiti dalla società. Quel giorno di primavera di tre anni fa l’elettorato italiano scelse di non farsi governare da una destra populista e antiistituzionale. Si affidò a noi e ci consegnò un duplice mandato: quello di imboccare la via delle riforme, della modernizzazione del Paese e quello di rinnovare la politica e le sue classi dirigenti. Il primo mandato lo stiamo assolvendo, il secondo direi onestamente non abbastanza. Il fatto è che i due piani sono connessi e un ripiegamento sul secondo piano peserebbe – sta già pesando, come ho detto -, sulla stessa percezione dell’opera di governo avvertita dall’opinione pubblica.

Forse, non è un caso allora che quando i partiti si presentano in ordine sparso alle elezioni europee subiscono la dura protesta dell’astensionismo di massa. Tutti quanti, in tutti gli schieramenti, d’accordo. Ma noi dobbiamo fare i conti con il nostro retroterra, apprendere le lezioni che ci riguardano e assumerci le nostre responsabilità.

Nei primi anni di vita del PDS abbiamo difeso la legittimità e l’esistenza stessa del nuovo partito dalle velleitarie pretese di Alleanza Democratica di scioglierci in essa. Non abbiamo creduto e non crediamo in un indistinto "partito democratico" che inglobi e che annulli le identità, i valori, le ragioni della sinistra. Dal ’94 al ’96 abbiamo vissuto la stagione straordinaria della costruzione dell’alleanza di centro-sinistra. Ho scritto centro-sinistra con il trattino che separa e che unisce perché allora così percepivamo la inedita alleanza tra il centro e la sinistra, che si reggeva soprattutto sull’asse PDS-PPI. Ma è venuta poi la prova del governo. E il trattino è evaporato. Se ne è andato nel salotto di nonna Speranza, dove Guido Gozzano collocava le "buone cose di pessimo gusto", oggetti di un passato confortevole per la memoria ma, appunto, irriducibilmente passato: il pappagallo impagliato e il busto dell’Alfieri, i frutti di marmo, gli scrigni fatti di valve, gli oggetti col monito "salve", "ricordo", in un crescendo passatista che gli fa gridare alla fine, ironico e commosso, "rinasco, rinasco nel mille ottocento cinquanta!".

Diciamo la verità, accade anche a noi di rinascere, a volte, in piena prima repubblica, nel bel mezzo di un sabba partitocratico, quando sentiamo parole come "verifica" o "visibilità", quando assistiamo a certi riti o a certe polemiche. Digressione letteraria a parte, qui sta il punto. La nostra vicenda politica ci ha portati a un approdo obbligato: quello della costruzione di un nuovo soggetto politico dell’alleanza, federato e plurale, unito nel progetto politico e articolato nelle sue identità. Voglio dirlo con maggiore chiarezza: la responsabilità di guidare il Paese impone alla sinistra italiana il compito di ricostruire il suo rapporto con la società (perché questa è la sfida) dentro uno scenario radicalmente diverso dal passato.

Il nuovo scenario è quello di un’alleanza strategica nell’ambito di un sistema bipolare. Il centrosinistra italiano è sempre più un punto di riferimento europeo, tanto più con il ruolo assunto da Romano Prodi, ed è sempre più, soprattutto, il soggetto politico che, agli occhi degli italiani, guida il Paese e la maggior parte dei governi locali.

Per queste ragioni, per una assunzione di responsabilità piuttosto che per una cessione di sovranità, perde un poco di valore la questione delle simbologie alle quali abitualmente si assegna il compito della propria visibilità. L’Italia non ha bisogno di forze politiche tanto più aggrappate alle loro insegne quanto più lontane dalla società. Il circolo vizioso va spezzato. Noi ci stiamo impegnando. Noi sappiamo che le nostre ragioni e i valori della sinistra vanno ricostruiti nei legami sociali, con la presenza sul territorio, con la restituzione di "senso" alla militanza. Sono questi gli elementi che definiscono l’identità. E per la sinistra non cesserà mai il bisogno di ridefinire storicamente identità e compiti finché ci sarà domanda di libertà e di giustizia sociale.

Noi sappiamo che l’alleanza è forte se ciascun soggetto costitutivo conferisce idee e valori più di quanto pretenda di esibire simboli o di rivendicare ruoli. Solo così apriremo un circolo virtuoso che ci dia forza per le imminenti elezioni regionali e per le successive politiche. Ciascuna forza politica resta sé stessa e porta con sé nell’alleanza la sua storia, i suoi programmi, i suoi legami sociali ma costruisce con gli altri un progetto comune di governo. Agli elettori l’alleanza si presenta allora con un leader, un progetto, un simbolo, una squadra. Solo così si vince.

Se questo schema vale per il livello nazionale, tanto più se il referendum abrogherà la quota proporzionale, perché non può valere altrettanto per le sfide regionali, anche se la legge elettorale non ce lo impone? Noi non possiamo decidere per le altre quattordici regioni a statuto ordinario in cui si voterà, ma dobbiamo assumerci le responsabilità che ci competono, per la parte che ci compete, nella regione più importante del Paese.

Mino Martinazzoli, annunciando la sua candidatura a presidente della regione Lombardia, ha posto, tra le altre, l’esigenza di una lista unica della coalizione che, insieme a una autorevole squadra di governo, dia il segno di un’operazione politica molto forte e innovativa. Del resto, se non si fa un’operazione forte e innovativa come si può sconfiggere il candidato più agguerrito del Polo nella regione roccaforte del Polo? Come possono pensare gli undici partiti del centrosinistra di rimontare i dieci punti di differenziale subìti alle elezioni europee andando in ordine sparso? La nostra risposta Martinazzoli la conosce già. Nonostante le difficoltà e qualche rischio che l’operazione comporta, egli sa di poter contare sulla nostra disponibilità. In nessuno dei dodici congressi provinciali si sono manifestate larghe contrarietà a questa ipotesi. Alcuni congressi, al contrario, hanno formalmente deliberato il loro sostegno alla proposta di Martinazzoli, nonostante io avessi chiesto di evitare pronunciamenti e conte, per lasciare, nei prossimi giorni, alla nuova direzione regionale l’assunzione formale di una scelta, anche alla luce della risposta delle altre forze politiche lombarde e della evoluzione degli eventi politici nazionali. Vuol dire che il messaggio è passato tra le nostre fila e che è diffusa la consapevolezza che il progetto politico di Martinazzoli è forte se viene assunto per intero, se si realizza per l’ambizione che lo muove e per il disegno che persegue.

Questa, semmai, è la condizione che poniamo per poter confermare la nostra disponibilità: che Martinazzoli non abbassi la guardia, che mantenga alto il profilo dell’operazione politica che ha avviato, che stringa i tempi di un impegno eccezionale, che chiami a raccolta quella società lombarda che crede che il benessere non esaurisce il senso della vita, che è pronta a impegnarsi per un di più di libertà, per le pari opportunità, per l’integrazione sociale, per uno sviluppo sostenibile, per un’idea di futuro sereno e civile.

Questa Lombardia c’è e non è minoritaria. Solo non ha trovato, fin qui, chi la rappresentasse. Oppure - e fa la stesso - ha trovato troppi rappresentanti, confusi in una babele di linguaggi che non ha fatto sintesi e non ha prodotto autorevolezza e credibilità. Ora ci siamo: un leader, una squadra di governo, un progetto, un simbolo.

Una classe dirigente per la Lombardia

Il progetto di cui parlo è stato più volte illustrato, nelle scorse settimane, dal candidato presidente: in sostanza, si tratta di dare alla Lombardia una vera classe dirigente. La "questione settentrionale" è tutta qui. Da una lato, un’area del Paese dinamica e innovativa sul piano economico e finanziario, dall’altro un sistema istituzionale arretrato e un sistema politico bloccato. Nella forbice, sempre più larga, tra un peso economico rilevante e una minorità politica appariscente è emersa la "questione settentrionale", che è una questione di rappresentanza. A colmare il vuoto hanno provato, prima l’insorgenza leghista poi il partito azienda. Ma non ci sono riusciti. Bossi e Berlusconi non hanno dato una nuova classe dirigente al nord e il cratere apertosi tra gli anni ottanta e gli anni novanta in cui sono implose le vecchie classi dirigenti non è stato solidamente colmato da alcuno. Neanche da noi, nonostante le molte buone prove nei governi locali. Per quanto l’analisi vada aggiornata con il precipitare della crisi leghista credo che sia ancora valido sostenere che resta aperta tuttora la sfida tripolare nel nord per la guida politica dell’area più avanzata del Paese. Non è ancora una sfida bipolare. E, in ogni caso, non c’è chi abbia stabilmente vinto la partita.

Eppure il Polo ha avuto a disposizione il governo delle tre grandi regioni del nord, Piemonte, Veneto e Lombardia. Ma si può onestamente sostenere che le tre giunte del Polo abbiano messo in luce una classe dirigente autorevole, in grado di interloquire alla pari con il ceto politico nazionale e in grado di fare contare questa area per quello che vale in Italia e in Europa? Certamente no, tanto per il Piemonte e il Veneto, quanto per la Lombardia, il cui presidente è stato pure il più attivo nelle iniziative propagandiste e nella copertura ossessiva di tutti gli spazi mediatici possibili e immaginabili. Alla Lombardia manca un governo. Alla Lombardia manca una classe dirigente, a meno di considerare classe dirigente gli assessori della giunta Formigoni o la squadra della Colli o i commercialisti di Albertini.

Noi siamo in grado di fornire ai lombardi un governo e di costruire una classe dirigente. Se Martinazzoli riuscirà a presentare, quanto prima, un nucleo di governo molto autorevole e rappresentativo della cultura, delle professioni, della ricerca noi ci metteremo in condizione di competere molto seriamente con il Polo, nonostante il differenziale negativo da rimontare. Ma fin da ora un confronto si può fare sui leader dei due schieramenti. Non è nostro costume attaccare personalmente gli avversari. Non lo abbiamo mai fatto, non cominceremo a farlo ora. Ma, si tratta pur sempre di elezione diretta del presidente e dei candidati presidenti si dovrà pur parlare.

Martinazzoli non si farà imbragare per essere calato da un elicottero pur di comparire in TV, se lo conosciamo appena un poco crediamo che non si renderà disponibile a recitare delle pochade pur di approdare in qualche spazio televisivo, che non prometterà soldi e favori, che non batterà pacche sulle spalle e non sorriderà a comando. È austero e sobrio, anche se sappiamo che dovrà sforzarsi di comunicare al grande pubblico, sottoponendosi alle ingrate regole della comunicazione. Ma ciò che conta, per noi, è il fatto che abbia qualcosa di serio da dire e che noi, quel qualcosa, lo condividiamo.

Ciò che conta è l’idea della politica che egli va sostenendo, non da oggi. Una politica sottratta agli interessi delle lobbies e alle convenienze degli arrivisti. Una politica restituita alla sua funzione più alta di guida dei processi di sviluppo, di tutela degli interessi generali e di inclusione sociale per le fasce più deboli ed esposte.

Nello stesso tempo, la biografia politica di Martinazzoli è la sua principale carta di credito. Quanti sono i leader politici nazionali che hanno abbandonato volontariamente gli impegni nazionali e che hanno scelto di dedicarsi alla loro città e alla loro regione? Più volte ministro, ultimo segretario della DC e fondatore del PPI, sindaco di Brescia nel 1994 – quando, sconfiggendo l’alleanza Polo-Lega, a capo della prima coalizione di centrosinistra aprì una nuova stagione politica per il nostro Paese –, oggi Martinazzoli si candida a dare alla Lombardia quella guida autorevole che non ha mai avuto e che non le ha mai consentito di interloquire alla pari con i governi nazionali.

Certo, Formigoni ha molto polemizzato con i governi Prodi e D’Alema. Ha fatto sentire la sua voce ogni volta che si avvicinava il taccuino di un giornalista o si accendeva una telecamera. Ma non è diventato, per questo, più autorevole e, quel che è peggio, non è riuscito a fare contare di più la Lombardia in Italia e in Europa. Consenziente dentro la porta degli incontri riservati, dissenziente e polemico appena fuori, federalista verso l’alto – perfino querulo nel pretendere poteri e risorse – salvo essere poi centralista verso il basso, fino a negare al sistema delle autonomie quei poteri e quelle risorse che le stesse leggi dello Stato gli imponevano di trasferire ai comuni e alle province. Il presidente della giunta del Polo ha sicuramente costruito un sistema di potere, ha allargato una rete di relazioni usando con abilità e con arbitrio le risorse del bilancio regionale, ma non ha fatto quello che doveva fare: non ha dato un governo alla Lombardia che la facesse crescere nel suo insieme e che la facesse contare di più, per quello che vale e per quello che può dare. Per questo lo possiamo battere, vorrei dire che è per questo – per una responsabilità che sentiamo di avere verso la nostra terra e verso le nuove generazioni - che lo dobbiamo battere, mettendo in campo tutta la forza della coalizione unita e tutta l’intelligenza e le competenze di cui disponiamo.

Formigoni e la sua giunta si sono impegnati a vendere un’immagine di liberalizzatori e di rinnovatori. Niente di più falso. Su sanità, scuola, trasporti, assistenza la "filosofia" del Polo che occupa il Pirellone è stata improntata alla più schietta occupazione del potere, a un di più di intromissione della politica nella società e nelle imprese, a una cultura arretrata e conservatrice del ruolo dei governi locali e della pubblica amministrazione.

Prendiamo le Ferrovie Nord, che il decreto Burlando, attuativo di una delle "Bassanini", consentiva di liberalizzare e di rilanciare, separando la gestione del servizio dalla proprietà della rete, innovando dal punto di vista societario. La società "Ferrovie Nord" è stata occupata politicamente, al punto che è aumentata la quota azionaria della Regione, non è stata operata alcuna innovazione tecnologica e societaria, non è stata portata in Borsa per essere ricapitalizzata e aperta ai privati. Il paleoliberismo senza liberalismo di Formigoni produce i mostri di nuovi carrozzoni pubblici inefficienti e costosi. A pagarne le spese, in questo caso, sono gli utenti, i pendolari soprattutto, che subiscono le conseguenze in termini di mancati investimenti per l’ammodernamento della rete, di ritardi, di costi di gestione che si scaricheranno necessariamente sulle tariffe.

O prendiamo la vicenda della Fiera di Milano, fiore all’occhiello del sistema fieristico del nostro Paese. Invece di recepire le normative europee e la legislazione nazionale in termini di liberalizzazione delle attività fieristiche, la Regione si è preoccupata di garantirsi il controllo politico dell’ente e, nello stesso tempo, di spalancare le porte della gestione alle realtà associate amiche. Oppure consideriamo il caso macroscopico della sanità, in cui non abbiamo assistito affatto alla apertura di un mercato (ha ragione Martinazzoli: non c’è mercato quando è uno solo l’ente erogatore dei finanziamenti) e neppure all’introduzione di criteri di efficiente gestione aziendale degli ospedali. Anche in questo caso, abbiamo assistito ad una occupazione politica della ASL e delle aziende ospedaliere e a un uso politico dei manager (alcuni dei quali francamente presunti), posti in conflitto, in molti casi, con le comunità e le amministrazioni locali.

Quello che appare chiaro da questo quadro e che nessuna campagna di propaganda e nessuna tournée in Lombardia può occultare è il profilo di un presidente e di una giunta che ricorda più la pratica antica dell’occupazione partitocratica del potere e la filosofia del peggiore statalismo che una moderna cultura di governo. Il bilancio regionale, che il Polo ha ereditato con 300 miliardi di deficit e che ha portato, in pochi anni, a quota meno 4500 miliardi, porta il segno del passaggio di Cirino Pomicino più che di Carlo Cattaneo o di Luigi Einaudi. In tutti i sensi, è passato Cirino Pomicino: finanza allegra, occupazione del potere, propaganda sfacciata, esibizionismo.

Non nascondo che, qualche volta, nella legittima difesa di realtà strutturate e di valori civili consolidati, abbiamo rischiato di isolarci in difesa dell’esistente. Così almeno è apparso probabilmente all’opinione pubblica. Il fatto è che tra il "nuovo" stile formigoniano e il "vecchio" tratto di una regione sobria e operosa non potevamo non fare resistenza e difendere i livelli di eccellenza raggiunti dalla Lombardia, in molti campi, a partire dal suo sistema sanitario. Ma ora non possiamo più accontentarci del buon lavoro fatto dentro l’istituzione. C’è una campagna elettorale che incalza e una sfida da raccogliere. Dalla parte di Formigoni ci sono gli undici miliardi per la comunicazione (cioè, per la campagna elettorale, che egli si è assegnato con l’ultima variazione di bilancio). Dalla nostra parte ci sono pochi milioni e una moderna visione delle istituzioni, una autentica cultura riformista.

Formigoni ha strizzato l’occhio al privato, cavalcando l’ideologia privatistica, da un lato, ma aprendo spazi reali alle sole realtà amiche, dall’altro. Ha contrapposto il privato al pubblico in una campagna che il Polo valuta evidentemente vantaggiosa sul piano elettorale. Ma il problema non è tanto la scelta tra pubblico e privato quanto la qualità del servizio erogato. Questa è la nostra posizione. Noi non ci facciamo chiudere nell'angolo della difesa del pubblico, per ragioni ideologiche. La migliore qualità del servizio la si ottiene mettendo soggetti diversi nella condizione di offrire prestazioni efficienti, concorrendo ma anche cooperando, garantendo alle strutture pubbliche condizioni di competitività (soprattutto per la sanità), ma aprendo altresì al privato, al privato sociale, a forme miste.

Il Polo ha aumentato la pressione politica sulla gestione pubblica in Lombardia. Noi ci proponiamo di diminuirla. Meno gestione e più promozione, più regolazione. La tesi n. 48 del programma dell’Ulivo, sulla cui base gli italiani ci hanno consegnato nel 1996 il mandato di governare, contiene questa affermazione: "uno Stato leggero, ma non indifferente, è uno Stato che regola invece di gestire".

Il Polo in Lombardia ha prodotto un mostro: una politica che somma il peggio del vecchio modello statalista e il peggio del nuovo privatismo, dando vita a una sorta di oligopolio delle consorterie. Una Regione leggera, ma non indifferente, è una Regione che promuove e regola di più e gestisce di meno. Questo è il progetto che proponiamo al centrosinistra lombardo e al suo candidato presidente. Una regione che investe, che innova e che garantisce autonomia e competitività ai settori pubblici della sanità, della scuola, dei trasporti, delle istituzioni del welfare locale, senza intromissioni partitiche, senza occupazione del potere. Una regione che chiama a raccolta tutte le risorse e le competenze dell’impresa privata e del privato sociale nella costruzione di un modello di servizio pubblico efficiente e innovativo.

Promuovere, creare opportunità, indicare obiettivi, garantire regole e controlli, verificare i risultati per ripartire, anno dopo anno, con nuovi obiettivi e con la creazione di nuove opportunità: questo è il ruolo di una moderna istituzione regionale. Questo è ciò che vogliamo: una Regione più autorevole politicamente, meno ingombrante burocraticamente. Una guida per il sistema Lombardia, non un pachiderma lottizzato e inefficiente. Anche la Lombardia aspetta la sua "rivoluzione liberale".

Il passaggio dalla dimensione di "government" (del governo inteso come gestione) a quella di "governance" (vale a dire della capacità di concertare e di orientare le dinamiche sociali ed economiche) è l’acquisizione più recente della migliore cultura antistatalista del riformismo europeo. Noi ci prepariamo alla stagione costituente del nuovo regionalismo italiano portando con noi questo approccio e proponendo che diventi un’asse della prossima campagna elettorale.

Ma questo ci rimanda a un obiettivo politico di fondo: quello della riforma federalista dello Stato. Credo che siano sotto gli occhi di tutti i segnali preoccupanti del rifluire delle istanze federaliste di cui il sistema degli enti locali e regionali si era fatto interprete. Il dibattito politico sembra essere tornato indietro, con un prevalere del contenzioso politico nazionale che lascia fuori dalla porta le attese dei territori.

Per questo è urgente rilanciare su basi nuove e unitarie il movimento per la riforma federalista dello Stato. Dal 1996 ad oggi sono state varate dal governo dell’Ulivo importanti misure di decentramento dello Stato centrale e di riforma del fisco e della pubblica amministrazione, a partire dai cosiddetti decreti Bassanini; tali provvedimenti però corrono il rischio di non dare i frutti auspicati o addirittura di insabbiarsi senza una legge che sviluppi e innovi il quadro costituzionale vigente, accrescendo per le Regioni e per le autonomie locali i poteri e le competenze, garantendo l’autonomia finanziaria di entrata e di spesa, eliminando ogni forma di controllo preventivo. Punto fondamentale del processo di riforma federalista è la possibilità, conferita ad ogni Regione interessata, di stabilire forme e condizioni particolari di autonomia.

Sul federalismo è aperto, da anni, un confronto politico serrato con la Lega, a cui vanno rimproverate le derive secessionistiche ma a cui va riconosciuto il merito di avere posto per prima la questione di una radicale riforma dello Stato centralistico.

Non ci interessano le manovre preelettorali. Noi non siamo i mercanti del Polo. Siamo gente seria, che non è disponibile a concorrere ad una gara al rialzo per accaparrarsi i favori di Bossi. Qui stiamo, con le nostre idee, i nostri programmi, con il nostro progetto politico. Ci interessa un confronto sul Nord, quello si. Ci interessa una comune battaglia sul federalismo. Se interessa anche alla Lega, ci troveremo in sintonia in Parlamento nel sostegno al testo unificato sull’ordinamento federale della Repubblica.

Ci interessa confrontare le rispettive proposte sulla riforma degli statuti regionali e sulle possibili forme di concertazione interregionale. Ne discuteremo in commissione politica e avanzeremo delle proposte sul merito al termine del congresso.

Ci interessa un federalismo regionale (il solo possibile, poiché non esiste un federalismo municipale), che superi la contrapposizione indotta dal neocentralismo formigoniano tra Comuni e Regione, assegnando alla Regione le funzioni della legislatura e del "governance" e restituendo ai Comuni quella del "government".

Ci interessa promuovere Milano a una dimensione metropolitana europea, riscattata al provincialismo delle sue giunte, riconquistata alla funzione di capitale del nord del Paese, cioè dell’area più dinamica e ricca d’Europa.

Entriamo nel merito. Confrontiamoci sui programmi. Al di fuori di questi ambiti non ci sono manovre possibili. Per essere disponibili a prescindere, ci manca il cinismo e il vuoto ideale del Polo. Ma che cosa sia il Polo lombardo cari leghisti, ve lo dovrebbe dire la vicenda di Malpensa. Formigoni e Albertini, gli indiziati principali dei ritardi nella programmazione degli interventi, scoprono i problemi quando le loro inadempienze li hanno resi complicati e si tirano fuori scaricando su Roma le loro responsabilità. Il governo ha il dovere di coordinare meglio le posizioni dei diversi ministri, ma il provincialismo e il campanilismo del Polo, oltre a recare un evidente colpo all’immagine internazionale del Paese, procura un pesantissimo danno economico a Milano e alla Lombardia, alle loro potenzialità di sviluppo.

Come è possibile che la posizione del comune di Milano sia contraddittoria con quella della SEA, vale a dire di una società controllata all’85% dal comune medesimo? Non si parlano Albertini e Fossa? Come è accettabile che Formigoni non abbia mai – ripeto, mai – assunto una iniziativa per concordare con gli enti locali dell’area di Malpensa un complesso di interventi per mitigare l’impatto ambientale dell’aeroporto e per migliorare la vivibilità della popolazione residente?

La nostra opinione è che oggi la sospensione del completamento del trasferimento sia definita in tempi precisi e che Stato, Regione, Comune di Milano e gli altri comuni interessati concordino – concordare, presidente Formigoni, vuole dire assumersi responsabilità, senza polemiche e senza propaganda! – tutte le iniziative che possano portare, in tempi brevi, alla piena realizzazione dell’hub internazionale, alla soluzione dei problemi connessi ai collegamenti e all’impatto ambientale e alla definizione di un progetto non fumoso di City Airport per lo scalo di Linate. Governare è affrontare e risolvere i problemi, non tirarsi fuori, giocare a scaricabarile, esibirsi in polemiche pretestuose.

Care compagne e cari compagni, ho esordito con le cifre congressuali ma le cifre non rendono conto, se non in parte, delle attese, dei problemi, delle risorse di una organizzazione politica plurale e complessa come la nostra. I Democratici di sinistra della Lombardia presidiano la frontiera più esposta della sinistra italiana, la regione in cui sono nati e hanno la loro roccaforte i due soggetti politici, la Lega e il Polo, con cui competiamo sul piano nazionale e ci contendiamo il governo del Paese. Nel decennio che sta volgendo al termine abbiamo conosciuto molte amare sconfitte, ma anche non poche straordinarie vittorie e oggi governiamo tanta parte delle amministrazioni locali della regione. I nostri sindaci e i nostri assessori sono una quota significativa della migliore classe dirigente politica di questa regione, quella del centrosinistra. La nostra cultura di governo, messa alla prova severa della guida delle amministrazioni locali, si è arricchita di autorevolezza e di competenze. I governi locali guidati dai nostri sindaci hanno prodotto modelli di buongoverno che hanno fatto scuola ben al di là dei confini della regione: sulle politiche per la sicurezza e l’integrazione, sul recupero e il riuso delle aree ex industriali, sulle politiche per gli anziani concepiti come risorsa per la collettività. Dobbiamo essere consapevoli e orgogliosi del buon lavoro prodotto dalle nostre amministrazioni. Un partito esiste per questo: per dare buongoverno ai cittadini.

Più difficile, molto più difficile, è risultato l’impegno a presidiare l’insediamento sociale, a garantire la presenza sul territorio. Se una nuova stagione si deve aprire per il prossimo decennio io vedo nella ricostruzione dei legami sociali l’emergenza e la priorità. Non c’è dubbio che siamo stati travolti dal declino del modello fordista della grande fabbrica e dall’emersione di nuove figure sociali. Siamo consapevoli del nuovo, lo abbiamo descritto e discusso. Ma un partito non è un centro studi che produce analisi e pubblicazioni. È un soggetto politico che assume iniziative, offre rappresentanza e produce decisioni. A questo livello non ci siamo ancora.

Siamo sospesi tra un "non più" e un "non ancora". Non più soltanto partito del lavoro tradizionale, non ancora partito anche delle nuove figure sociali del lavoro dipendente e autonomo. Il nostro problema invece è essere "ancora" e "di più". Ancora partito che tutela il lavoro tradizionale, ne difende i diritti e le libertà. E, sia detto in poche righe ciò che meriterebbe molto più spazio e molta più attenzione (ma questa dichiarazione vale come impegno di lavoro), la sinistra lombarda non può dimenticare che questa è la regione in cui più intensa e drammatica è la sequenza delle morti sul lavoro.

Nello stesso tempo, possiamo raggiungere un di più di rappresentanza sociale nei settori delle nuove professioni e delle nuove figure sociali. Rimando, su questo tema, al lucido intervento di Federico Ottolenghi, con cui si è guadagnato la fiducia e l’elezione del congresso milanese.

Forse non è un caso che la mozione della sinistra conquisti i consensi più alti nelle province che sono state le roccaforti del fordismo lombardo, le capitali della classe operaia italiana: Milano, Bergamo, Brescia. Forse in quel voto c’è anche un messaggio spedito al partito che segnala frustrazione e solitudine. Io voglio che sappiano questi compagni che il messaggio è stato raccolto e che ci sforzeremo di rispondere sul piano dell’organizzazione e delle politiche, a partire da un impegno straordinario per battere l’attacco ultraliberista contenuto in alcuni dei quesiti referendari che probabilmente arriveranno al voto in primavera.

A questi stessi compagni io voglio restituire un messaggio di rassicurazione e di fiducia: noi abbiamo un futuro perché ci stiamo sforzando di capire il presente, perché non siamo arroccati nelle vecchie parole e nei vecchi miti. Bisogna avere coraggio. La sinistra è cambiamento, non è conservazione. Per questo non ha paura del nuovo, ma guarda ad esso dirigendolo verso livelli più alti di libertà e di giustizia sociale.

La sinistra non ha avuto paura della spallata femminista, che è stato il vero lascito positivo del’68, anche se essa metteva in discussione tante comodità e qualche infondata certezza. Perciò, è attenta oggi alle tematiche inedite dei nuovi rapporti di coppia, della procreazione assistita, delle pari opportunità.

La sinistra non ha paura della globalizzazione. La risposta della chiusura è quella della Lega. Noi non ostacoliamo le delocalizzazioni, siamo pronti ad attrezzarci per le riconversioni industriali perché sappiamo che siamo dentro un processo che vede estendersi nel mondo l’area del lavoro, ma vogliamo che, con il lavoro, si estenda nel mondo l’area dei diritti e delle libertà. La sinistra non ha paura del futuro, perché sa che le risorse dell’intelligenza e del sapere sono illimitate. Alla crisi del fordismo, alla perdita di comparti produttivi tradizionali, il governo della sinistra risponde con le defiscalizzazioni, con le politiche per la ricerca e la formazione, con il sostegno alle esportazioni, con la liberalizzazione del mercato, con la riforma della pubblica amministrazione, con il federalismo. Questo è il riformismo. Questa è la nostra identità.

A questa identità siamo approdati superando, in Lombardia, la dicotomia che spezzò e contrappose a lungo, negli anni ottanta la sinistra italiana e che attraversò lo stesso PCI: quella tra massimalismo e subalternità. Le tappe che ci hanno portato all’approdo della sinistra europea sono state la svolta dell’89, la costruzione di una nuova formazione politica con personalità e soggetti eredi di altre tradizioni politiche ma, soprattutto, la prova di governo.

Oggi, i D.S. lombardi sono un partito unito, forte di gruppi dirigenti provinciali qualificati e coesi. Essi sono una risorsa per il centrosinistra lombardo e una componente non trascurabile del partito nazionale. È sorprendente dirlo, in questa stagione, e forse risulta sospetto a chi non ci conosce, ma è così. Voi lo sapete.

Dentro il nuovo orizzonte della sinistra mondiale, che si globalizza per rispondere alla globalizzazione dei mercati, dentro il nuovo quadro di riferimento dell’alleanza, a cui assegniamo respiro strategico e ai cui interessi siamo pronti a sacrificare i nostri interessi, ma non i nostri valori, la sinistra lombarda non vuole approdare senza portare con sé la sua storia e la sua identità.

Ho detto "sinistra lombarda" anche se dovrei dire "sinistra italiana", ma lo faccio con prudenza per non esorbitare, per evitare il rischio di usare toni impropri. Tuttavia, noi siamo sinistra italiana e ci teniamo ad esprimere un punto di vista sull’identità che stiamo definendo in questo percorso congressuale. Walter Veltroni ha ragione quando parla di "fallimento del comunismo" e sbagliano coloro che chiosano questa affermazione. I regimi comunisti non hanno solo il torto di avere confiscato la libertà in cambio di un’uguaglianza, peraltro non sempre garantita e comunque malamente interpretata come vincolo invece che come opportunità. Hanno soprattutto, ai nostri occhi, il torto di avere infangato una bandiera e un mito che sono stati l’attesa di riscatto e di liberazione per molte generazioni di donne e uomini in tutto il mondo. Questo è il loro delitto: quello di avere ucciso una speranza.

Veltroni fa un’operazione politica alta e forte quando fonda su questa consapevolezza il tratto decisivo dell’identità dei Democratici di sinistra. Per questa ragione – perché siamo d’accordo con lui – dobbiamo chiedere che questa identità si arricchisca della memoria, se vuole essere un’identità viva e non un simulacro che balla una sola estate. Il presente porta con sé il passato – il meglio del passato – quando vuole transitare nel futuro. Il nostro passato si chiama PCI, o PRI o PSI, per alcuni di noi si chiama perfino DC. Il nostro passato è la storia del nostro Paese, le sue conquiste civili, le sue battaglie di libertà.

Una sbrigativa interpretazione delle affermazioni del segretario nazionale hanno sedimentato l’idea che per entrare nel nuovo secolo noi dovessimo lasciare sulla soglia le nostre storie politiche, la nostra memoria. Così non è, semplicemente perché non è possibile. Chi non ha radici non ha identità ed è un apolide della mondializzazione. Quanto più è largo l’orizzonte tanto più è necessario l’ancoraggio alla memoria e all’identità. Ecco perché – qui posso parlare solo della mia tradizione, che tuttavia è la strada che la maggior parte di noi ha percorso per arrivare ai DS passando attraverso il PDS – noi non possiamo non fare i conti con il PCI.

Fare i conti significa acquisire e respingere, ereditare e superare. Significa fare un bilancio critico che non sia né apologetico né liquidatorio. In ogni caso, chiamando le cose con il loro nome, occorre dire, alto e forte, che una – oserei dire, la principale – delle tradizioni politiche che sono confluite nei Democratici di sinistra è quella dei comunisti italiani.

Del resto, quando diciamo, giustamente – a proposito della vicenda politica della DC e del PSI –, che la storia della prima repubblica non è stata semplicemente una storia di malgoverno e di ladrocinio e che non possiamo giudicare una lunga e complessa stagione della storia d’Italia alla luce del suo esito inglorioso, lo possiamo fare perché, mentre riconosciamo le ragioni degli altri, teniamo ben ferme le nostre stesse ragioni.

La rivendicazione del ruolo storico dei comunisti italiani è essenziale per la stessa comprensione dell’atto di nascita del nostro partito, avvenuto a Firenze due anni fa. Ci dicemmo, allora, che c’era uno spazio politico rilevante da coprire, quello della unificazione delle culture riformiste di sinistra dell’Italia repubblicana in un nuovo soggetto politico: quella azionista e socialista, quella laica e repubblicana, quella del solidarismo cristiano e, appunto, quella dei comunisti italiani. Questa fu e resta la forza dell’operazione politica cosiddetta della "cosa due", al di là dell’esito ancora insoddisfacente delle cifre, del numero degli iscritti e degli elettori. Volevamo dimostrare che una sintesi era possibile e una sintesi è avvenuta. Tocca a noi ora espandere la forza attrattiva del nostro progetto, ma questo avverrà tanto più facilmente quanto più valorizzeremo, senza rimuovere, le storie e le identità di ciascuno.

In effetti, se alziamo per un attimo gli occhi dalla contingenza politica possiamo valutare con più equilibrio il secolo che ci lasciamo alle spalle. Il Novecento è stato il secolo dei totalitarismi e delle due guerre mondiali, di Auschwitz e dei gulag, della atomica e dei genocidi. Ma è stato anche il secolo dello stato sociale e della liberazione della donna da una millenaria sudditanza, della fine del colonialismo e dell’estensione enorme dell’età media della vita. Le donne e gli uomini che hanno dato vita a questo partito, provenendo da percorsi tanto diversi, sanno di avere coltivato dei valori e di essersi battuti per delle cause che – nelle condizioni date e per quel poco che a loro è stato consentito – hanno contribuito a fare avanzare, nel proprio Paese, la libertà e la civiltà.

Ecco chi sono i Democratici di sinistra d’Italia e della Lombardia. Non una rimpatriata di reduci, ma una libera associazione politica di donne e di uomini che credono di avere una funzione da svolgere e delle sfide per cui battersi. A cominciare da quella di fine marzo.

Ci ritroveremo in assemblea congressuale subito dopo le elezioni regionali. Ci ritroveremo per aprire una nuova stagione del gruppo dirigente lombardo dei DS. L’augurio che faccio è che, quel giorno, potremo festeggiare insieme la conquista del governo della più importante regione del Paese. Buona fortuna, allora, e buon lavoro, compagne e compagni.

Milano, 17.12.99